ROSSOANTICO
da Rossoantico, 10/14/11 11:10:21

ROSSOANTICO

ROSSOANTICO

Rossoantico
Vivodimusica

Appartengono alla grande famiglia della canzone orchestrale d’antan i Rossoantico, anche se definiscono il loro genere “terapeutico e di facile ascolto”. Una grande band(a), che vanta in organico professionisti e servitori dello Stato prestati o ceduti alla musica, tra i quali il cantante e compositore Antonio Pascuzzo (avvocato), Mario Dovinola (magistrato), Pasquale Mosca (carabiniere). Nonché tutti gli strumenti a fiato possibili, suonati e arrangiati da Pericle Odierna.
I Rossoantico, nome di un famoso liquore mitico e d’epoca, sono di stanza a Roma, anche se il loro deus ex machina Antonio Pascuzzo, già produttore di Mannarino e direttore artistico del locale romano The Place, è di origine calabrese.
L’esordio, benedetto dall’approdo in finale nella categoria “Opera prima” al Tenco, è un debutto ricco, dodici episodi ben congegnati, suonati in maniera eccellente. “Zitto zitto”, tambureggiante sequela klezmer di allitterazioni e iterazioni, è dedicata a Stefano Cucchi (“Muto muto/ come il frastuono di un sopruso”). Ironia, quell’arietta di melodie e ritmi e accompagnamenti che si usavano tra le due guerre del secolo scorso (“Chitarra ferita”, con piccolo aiuto di Simone Cristicchi), spruzzate bandistiche (“Gioia”). Ma non solo. “Figlio del mare” dà conto di un’attitudine più cantautorale, diciamo alla Bertoli o alla Bubola; “Girotondo” è raccolta, un amarcord soffuso, rinchiusa sul pianoforte di Mario Dovinola; “Spacco la roccia” una canzone di lavoro, con la partecipazione del Coro dei minatori di Santa Fiora. Ma la vena prevalente, che resta di più, è quella di “Gillette” e “La portiera di Silvio Pellico”. Buscaglione, Caputo, Capossela, Voltarelli. E l’”Orchestra Allegra” va. Com’è andata in TV a “Parla con me” di qualche mese fa: la squadra traboccava, in undici, sul palco della Dandini. E se a volte il messaggio è troppo privo di allusività, esibito  e didascalico, come in “Uomo d’onore”, la filastrocca di “Morte del tamarro” è irresistibile: “Chi bello tamarro chi passa mo’/ si futta e si ha mangiato ‘u tamarro unn’è preoccupato”.